Sullo stato ambientale calabrese, ovvero sulla politica dei governanti

di CARLO CUCCOMARINO

In questi decenni una montagna di soldi pubblici, europei e nazionali, hanno permesso la riproduzione dei “governanti” calabresi, più precisamente della classe politica regionale e locale. Questo flusso di denaro, ridottosi dal 2008 in avanti, ha oliato il meccanismo clientelare di governance del sistema politico regionale, che abbiamo definito in altre sedi neofeudale; ed ha rafforzato gruppi d’interesse privati, generalmente dell’imprenditoria calabrese ma non solo. Questi soggetti si sono appropriati delle risorse pubbliche disponibili ed hanno perfezionato modalità e tecniche di assoggettamento, di controllo e dominio, che funzionano ancora oggi come dispositivi di produzione delle  soggettività calabresi.
Dal “Piano per le Bonifiche” del 1999 emerge una nitida fotografia sullo stato ambientale calabrese: in ogni due comuni c’è un sito contaminato, potenzialmente dannoso per l’intera comunità: sono in totale 183 le aree del Piano appestate da discariche abusive e rifiuti di ogni genere. Le aree censite sono inoltre più numerose: nei 409 comuni calabresi sono stati individuati 696 siti potenzialmente contaminati. L’indagine restituisce l’immagine di un territorio fortemente deturpato a causa di un altissimo numero di discariche e zone di abbandono selvaggio di rifiuti. La Calabria, terra bella e maledetta, ha in grembo una miriade di piccole e grandi discariche che hanno iniettato veleno nella terra e nelle acque. Insomma, si tratta di situazioni che incidono negativamente a livello ambientale e incrementano l’incidenza di malattie tumorali, come ha evidenziato un altro studio, epidemiologico, promosso dal Ministero della Salute e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità.
La Calabria conta 57 discariche attive e 636 siti da mettere in sicurezza, di cui 300 sono discariche dismesse: depositi abusivi, quattro quinti dei quali privi di qualsiasi autorizzazione. Di queste, 40 sono ad “alto rischio” mentre 260 sono di “medio rischio”. Per quelle ad alto rischio, nel “Piano” del 2002, è stata indetta una gara a procedura aperta per la redazione ed esecuzione dei Piani di Caratterizzazione, progettazione preliminare e definitiva delle Bonifiche a valere sulle risorse finanziarie del POR (FESR 2000/2006-Misura 1.8).
Dei 40 siti ad alto rischio, 33 sono stati finanziati con il POR mentre gli altri 7 siti erano già stati presi in carico dal Commissario per L’Emergenza Ambientale in Calabria per motivi di “emergenza e allarme” su indicazione degli organi istituzionali. Di questi 33 siti, secondo l’analisi di rischio sanitario-ambientale eseguita (che ha escluso 3 casi in quanto al di sotto della soglia di contaminazione) 18 sono risultati fortemente contaminati e da «sottoporre a bonifica e messa in sicurezza permanente».
Al primo posto di questa triste classifica c’è la zona Pentimele, a Reggio Calabria, dove l’intervento di bonifica ha un costo pari a 3, 3 milioni di euro. Qui, invece del vincolo idrogeologico e paesaggistico, la terra pullula di piombo e cromo. Sono stati abbandonati rifiuti di ogni genere, dal materiale di demolizione ad inerti ed ingombranti, eternit, carcasse di automobili, pneumatici e quant’altro. Ma non è questa l’area dove i costi di bonifica sono più elevati: su tutti spicca la zona di Pietrastorta, sempre a Reggio, dove servirebbero più di 8 milioni di euro per ripulire la discarica dismessa dal 1995, di 120mila metri quadrati di rifiuti che hanno raggiunto uno spessore di circa 30metri: una volumetria di 1,5 milioni di metri cubi: un cumulo di munnizza grande quanto più di tre stadi di calcio come il San Siro colmi fino all’orlo.
Al secondo posto si piazza Bovalino, sempre a Reggio Calabria: 30 mila metri quadri con una volumetria di 180 mila metri cubi di rifiuti. Per ripulire la zona “Scinà”, deposito incontrollato di una montagna di rifiuti, bisognerebbe avere a  disposizione circa 5,4 milioni di euro, quasi la stessa cifra occorrente per la discarica della località “Petraro”, di Laino Borgo, in provincia di Cosenza, 2.500 metri quadrati di rifiuti vari e 25.000 metri cubi di RSU. In totale, per bonificare tutte le 18 aree ad alto rischio sono necessari 45 milioni di euro, cifra determinata solo in via presuntiva. Le risorse potevano provenire dal Por (Fesr 2007-2013), ma questo è stato gestito dal potere pubblico locale, dai governanti, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti: disciplina clientelare (quando non criminale) nella gestione dei trasferimenti finanziari e incapacità di programmazione.